>> L'articolo vincitore del concorso giornalistico

      "Scrittore del caos" (versione integrale)

 

source >> http://caosgiovani.wordpress.com/

2011/05/18/elogio-della-follia/

 

[La follia. Ovvero l’umana generosità di pensiero chiamata “follia”. Molti pensano che questo termine, derivante dal latino follis, is (che va letteralmente tradotto come “vuoto” o “mantice”) sia nient’altro

che il sinonimo di “zucca vuota”, o di “atti

sconsiderati e fuori dalla norma”. Ma cos’è la

norma, in fin dei conti, se non una convenzione sociale? Si potrebbe invece accusare il folle di nascosta genialità o di acuta ed incompresa

sensibilità. Infatti, solo chi viene giudicato “strano”

e “diverso”, non essendo omologato in una società stereotipata, può riuscire a vedere al di là

dell’ovvietà: basti pensare ad Albert Einstein e alla

sua geniale intuizione, o a Van Gogh e ai suoi

quadri così inquieti eppure di così alto valore

artistico. Ciò che appare inconsueto spesso è una manifestazione di progresso, sia poi esso letterario, scientifico o comportamentale (chi avrebbe mai immaginato, ai tempi di Cristoforo Colombo, che un giorno solo toccando lo schermo di un I-pad

chiunque avrebbe potuto raggiungere

istantaneamente l’altra parte del pianeta? Queste sarebbero state le fantasie di un povero pazzo).

In realtà, spesso si rifugge la follia perché la si

teme. Infatti il folle è un soggetto non prevedibile,

e per questo più difficile da sottomettere alle leggi

o alle volontà dei singoli. Non a caso, anche filosofi

dal grande acume come Nietzsche, avvertendo il

forte straniamento derivante dalla loro profonda intelligenza, verso la fine della loro vita

cominciarono a dare letteralmente i numeri. A causa dello stretto rapporto esistente tra l’estro e il non convenzionale, la bellezza dell’arte e la criminalità

del diverso, la mente del folle resta a tutt’oggi un

antro misterioso i cui meccanismi insondabili affascinano per la loro irregolarità; all’interno di una mente siffatta, dunque, il mondo appare attraverso

lenti deformate e multicolori che lo trasformano e lo modificano, generandone un altro più prossimo all’incomprensibilità. Basti pensare alla magistrale

fiaba di Lewis Carroll, l’ “Alice” nel cui Wonderland

non solo si respira un’aria decisamente diversa, ma dove l’illogicità si giustappone all’ordine

dell’universo creando un cόsmos in cui i giochi di

parole si trasformano in episodi reali. Ma ciò che è

più interessante da osservare, ai fini del nostro discorso, è proprio la scacchiera che regola gli avvenimenti del secondo romanzo carrolliano, “Al

di là dello specchio”, nel quale essa costituisce un

fulcro fondamentale che svela la chiave di tutto il racconto: la follia, pur essendo tale, ha una sua

logicità interna, un suo fine cui tende e che troverà riscontro in un effettivo “scacco matto”, come se il

folle fosse un profeta che vede già realizzate delle opere ancora in costruzione.

E non serve a nulla parlare di “situazioni limite”

come fa lo psichiatra Karl Jasper: il diverso non va emarginato o esorcizzato, o semplicemente

compatito, ma deve essere ammesso a pieno titolo nella società che, essendo appunto di natura composita, non può rifiutare dei “tipi umani” solo

perché spaventano la comune ipocrisia. Anzi, paradossalmente i folli costituiscono un’importante risorsa proprio in quanto capaci di cogliere aspetti

della vita a volte insignificanti, ma che potrebbero cambiare il corso della storia (non dimentichiamoci

che dalla paura del buio nasce la lampadina).

Certamente è da sfatare il mito che follia equivalga

a pericolosità: a parte alcuni casi che comunque esistono, molto spesso la pazzia si rivela essere innocua ed aspetta solo di essere compresa: e chi sarebbe tanto “matto” da privare il mondo della sua fantasia? Tanto più che l’immaginazione è

ricollegabile all’intuizione primordiale che trasformò

la scimmia in uomo, e ai primi barlumi di progresso,

agli albori della storia.

Come c’insegnano anche Edvard Munch, Victor

Hugo ed Edgar Allan Poe, la follia è indagatrice

degli abissi, ma da essi trae la loro parte migliore, trasformandola poi in un grido potente che urla all’umanità la necessità di cambiare, di liberarsi

dagli schemi prefissati e dalle limitazioni,

rendendosi entità moralizzatrice degli aspetti più

marci della società, cambiando le sorti della vita

attuale e combattendo la povertà e la morte.

Solo un matto può immaginare tutto questo.]

 

                                      Maria Cristina Folino


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>>L'articolo apparso sul n.1 anno IV de "L'Estro

     Verso" (versione integrale)

 

source >> http://www.lestroverso.it/2010/

l%20estroverso%20gen%20feb%202001.pdf

 

[Libertà. Molto spesso quando pensiamo a questa parola non conosciamo neppure il suo preciso significato. Per me la libertà è sempre stata quella d’espressione: come avrei altrimenti potuto gridare al mondo le mie inconsce paure, il mio desiderio di fuga dalla realtà caotica? Sempre alla ricerca di una quiete interiore, da bambina osservavo i gabbiani. Seguire le scie che tracciavano nei cieli mi affascinava. Il loro fascino si univa poi alla rarità dei momenti in cui potevo ammirarli. Erano rari, come la libertà. Pensando a loro, cinque anni fa misi nero su bianco le voci provenienti da un personalissimo mondo interiore che aveva bisogno di nuovi sfoghi per spaziare. 

Nacque così “Ali di Gabbiano”, la mia prima poesia, la quale dà il titolo alla raccolta che, grazie alla Casa Editrice Aletti, sono riuscita a pubblicare. Da quando scrissi la prima poesia, giorno dopo giorno, la mia sete di libertà cresceva assieme al desiderio di sperimentare questo nuovo mondo. Sicché, senza che me ne accorgessi, la passione, la ricerca di sempre nuove assonanze e ritmi interni alle parole, i suoni che progredivano e si mescolavano a sensazioni ed emozioni divoravano una parte sempre maggiore della giornata. All’inizio pensavo che un giorno avrei cestinato tutto, o lo avrei accantonato in un cassetto, come se si trattasse di scarabocchi. Ma le poesie contenevano pur sempre una parte del mio animo, del mio essere: come disfarsene? Proprio per questo, e anche perché a volte l’emozione non ha voce, i miei disegni accompagnano i versi. L’immagine è una poesia senza parole. Si risolve in un attimo, o resti lì a fissarla per ore. Io credo nelle emozioni che non hanno voce, e penso che anch’esse vadano espresse. Il mistero di un singulto può essere non contenuto, ma espresso da un verso, o da un tratto di matita: chi spesso si è ritrovato solo nei bui crepacci del proprio cuore si ritroverà protagonista nelle mie poesie, che hanno tanta voglia di evadere da quel mondo e da quel tipo di dolore.]

 

                                        Maria Cristina Folino