Intervista #1

Mrs. Dalloway, un romanzo dal sapore agrodolce

Bio

 

Dalila Fontanella è

nata a Scafati nel 1986.

Vive ad Angri, in

provincia di Salerno. 

Diplomata al liceo

classico Don Carlo

La Mura di Angri, si è successivamente laureata in Lettere (nel 2011) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno. E' stata nel 2002 vincitrice del concorso letterario Ilaria Albano, a cura di Antonio Smaldone (con Cosmo Schiavo 

presidente della commissione)

Nel 2006 comincia a scrivere articoli per il mensile Spazio giovani di S. Antonio Abate (NA). Sta per pubblicare con la fondazione Mario Luzi, patrocinata dal Senato della Repubblica, tre delle sue opere poetiche: l’antologia sarà in commercio entro il 12/2012. Complimenti!

 

>> La nostra prima

intervistata ha scelto

di parlarci di Mrs.

Dalloway, mirabile

opera di Virginia

Woolf. E noi 

abbiamo

scoperto

che....

 

Esprimi un giudizio sulla protagonista. Ti è simpatico un tipo così snob (ma con le sue debolezze)? Ti riconosci in una parte di lei?

Clarissa Dalloway, in altre parole la protagonista

del romanzo, è senza dubbio un personaggio emblematico, dalle mie facce, ma chi di noi non è “vittima” di contraddizioni? Lei è retrograda eppure vive pulsioni amorose lesbiche, aspira alla libertà scegliendo Richard a Peter, ma mette da parte le

sue doti per divenire una capace donna di casa,

una donna esperta nell’arte di ospitare e

organizzare feste, e null’altro.
E’ combattuta fra passato e presente e – a mio

avviso – il suo essere snob è un modo come un

altro per ricordare a se stessa ciò che deve fare, quello che deve essere. L’autrice frammenta se stessa in ognuno dei personaggi chiave di quest’opera.
Non mi ritrovo in Mrs Dalloway, siamo molto 

diverse, lei tende a trascinare negli anni dei

faticosi fardelli emotivi, fino a che questi non implodono alienandola, facendola vivere

fisicamente in un tempo reale e sentimentalmente

in uno immaginario.

 

La Woolf usa la tecnica del monologo interiore

di Marcel Proust (i cosiddetti moments of

being): ti piace come scelta di stile? Lo trovi troppo cervellotico?

La Woolf con Mrs. Dalloway inizia il cosiddetto romanzo modernista, nel quale di fondamentale importanza è l’aspetto psicologico dei protagonisti.
Non ci sono delle vere e proprie “intermittenze del cuore” tipiche di Proust, o “Epifanie” per dirla alla Joyce, se non alla fine del romanzo; nelle ultime pagine Clarissa scopre della morte di Septimus, in

un attimo comprende l’importanza di essere viva e torna a essere presente a se stessa. Quello dell’autrice è uno stile coraggioso, uno stimolo ad andare oltre le apparenze. 

Al contempo credo che la scrittura della Woolf sia molto discorsiva, nonostante possano essere più impegnativi i momenti in cui i protagonisti scrutano

la loro parte interiore, nel complesso il romanzo è

di facile lettura e immediata comprensione.

 

Alla fine, tutti i personaggi di questa storia

sono chiusi in "gabbie" interiori. Tu ti riconosci in questa situazione? Pensi che ciascuno di

noi abbia una propria gabbia, una "maschera" pirandelliana dietro cui si nasconde?

Nel mondo reale non c’è perfezione, non c’è “assoluto” quando si cerca di descrivere o

delineare un carattere, nemmeno il nostro. Siamo portati a modellarci in base alle esperienze, alle persone, alle occasioni, questo non fa di noi delle banderuole, siamo semplicemente in continuo cambiamento. C’è chi porta la propria maschera

per scelta, chi la indossa nel modo più sincero possibile. I personaggi del romanzo tentano in qualche modo di scappare dalle proprie gabbie.
Quella di Clarissa è una gabbia fatta di ricordi, di scelte passate e del “dover essere” di cui parlavo poc’anzi. Quella di Septimus è una gabbia non

voluta, gli orrori della guerra l’hanno reso folle, ora

la vita è divenuta la sua gabbia, l’unica scappatoia, che egli pensa possa restituirgli pace e libertà, è

solo il suicidio.

 

Perché, secondo te, la Woolf è così stufa della

vita da aver scelto il suicidio (come

Septimus)? Diciamocelo, era una scrittrice bravissima, cosa le mancava? Perché non ha reagito?

Per rispondere a questa domanda bisogna tenere

in considerazione l’epoca della scrittrice. Io penso fosse fortemente legata alla “Sally” del romanzo. Credo che non si sia mai sentita libera di essere totalmente se stessa. Probabilmente lei per prima

non accettava un tale slancio anticonformistico.
Credo che la Woolf non fosse stufa della vita, ma fosse esasperata da quella che lei aveva scelto di vivere. Il suicidio, come per Septimus, è emblema della libertà, ultimo sacrificio da fare, e a compierlo deve essere l’artista, ovvero colui che percepisce

appieno la vita e i dolori di questa.

 

Torniamo a Mrs. Dalloway. Peter Walsh è

amante del vizio e delle donne: Mrs. Dalloway avrebbe mai potuto o voluto lasciare il marito per lui, secondo te? Quanto invece gli preferirebbe l'amica Sally Seton?

Nel romanzo appare chiaro che Clarissa non rimpiangerà Peter a Richard. Il primo è metafora

del passato, della campagna, di un periodo in cui Clarissa non era soddisfatta. Lei ama Londra, il

caos di questa città e non saprebbe vivere altrove. Richard è colui che l’ha portata a Londra, colui il quale le ha regalato la vita che voleva. Sally,

invece, è l’amore che avrebbe voluto vivere, ovunque... ma non avrebbe mai potuto, poiché andava contro tutto ciò che lei aveva imparato,

contro quella mentalità chiusa che le era stata inculcata, basata solo sull’apparenza.

 

La signora Dalloway, secondo la tua analisi personale, è psicotica?

Dal secolo XIX gli psichiatri si sono interessati a disturbi mentali caratterizzati da un’errata rappresentazione della realtà, alterazioni del pensiero, della percezione e degli stati emotivi, e anomalie del comportamento. Non è sbagliato, dunque, pensare che la protagonista, e la stessa autrice, fossero lievemente psicotiche. Le loro anomalie avevano un comune denominatore,

ovvero il disagio che nasce dall’impossibilità di

vivere sinceramente la propria vita e la propria sessualità. Questa difficoltà porterà alla morte

morale di Clarissa per gran parte della sua

esistenza, finché non rinascerà alla fine

dell’opera, mentre Virginia si lascerà sopraffare

dalle sue frustrazioni fino a decidere di suicidarsi. 

 

Septimus è il co-protagonista funzionale al

romanzo solo quando infine muore: tu gli

avresti assegnato un ruolo diverso? Lo

avresti fatto incontrare con Mrs. Dalloway?

Cosa ne sarebbe nato?

Septimus e Clarissa, benché non s’incontreranno mai, sembrano completarsi, quasi fossero un unico personaggio. Septimus rappresenta tutte le psicosi

di Virginia, e quindi di Mrs Dalloway, è lui che deve morire per lasciar sopravvivere la parte “sana” e in questo caso Clarissa che comprende l’importanza

e la bellezza della vita solo dopo il suicidio del ragazzo. L’empatia che si crea è funzionale ai fini

del romanzo, se si fossero incontrati,

probabilmente l’opera avrebbe perso in qualcosa.

 

Il libro che hai scelto è molto concettuale. Ami

i romanzi di questo tipo? Se fossi tu la

scrittrice, cosa cambieresti in questo tipo di narrazione?

Personalmente non ho un genere specifico di romanzo che prediligo, mi piacciono i libri scritti

bene. Quando riesci a sentire che lo scrittore è

stato onesto, che ti ha lasciato camminare nei meandri del proprio vissuto, allora non puoi far

altro che apprezzare ed essere grato.
Di questo non romanzo non cambierei nulla, semplicemente perché è affine a chi l’ha scritto.
Se l’avessi scritto io, non sarebbe lo stesso

romanzo, non avrebbe la medesima storia, né lo stesso sapore agrodolce.

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