Intervista #10

Napoli, il sogno di Cuba ed il respiro delle parole

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Realizzare quest'intervista post-natalizia è stato più complicato del solito, perché la nostra nuova reader è una misteriosa Cloudia che usa come nickname il titolo di un noto quadro di René Magritte. Conosciamola meglio...

Bio

 

Scrivere la bio di Ceci Nestpas, alias Cloudia, ovviamente non è affatto semplice. Primo, perché non posso rivelarne il vero nome (entrambi sono pseudonimi). Secondo, perché devo cercare di prlarne senza farvi capire chi è (dietro sua espressa richiesta!). Mi limiterò, dunque, all'indispensabile.

Ceci è nata 31 anni fa, ha studiato presso l'Università di Salerno (dove ha ricoperto incarichi importanti), si è sposata da poco e ha viaggiato molto anche all'estero. C'è altro? Beh, naturalmente ama leggere!

 

>> Sognando

l'Avana, di Peppe

Lanzetta, non è

solo un romanzo

crudo e realistico:

è la metafora di

una Napoli che

sogna. Ceci

Nestpas ve lo

consiglia...

 

Perché hai scelto un autore come Lanzetta? Ti colpiscono di più le sue performances teatrali, musicali, cinematografiche o letterarie? 

Non avevo mai letto un suo libro, ho comprato e letto tutto d’un fiato Sognando l’Avana dopo aver assistito a una presentazione molto coinvolgente. In ogni singola espressione di Lanzetta c’è un pezzo diverso della sua personalità rutilante, ma forse oserei dire che la scena cinematografica è quella che rende maggiore giustizia al suo volto-maschera, frutto di un’esistenza intensa e dolorosa.

 

Il sogno di Cuba: cosa simboleggia nel contesto di una Napoli moderna? 

Cuba è un sogno lontano, un luogo-simbolo, ma anche un sogno assai "vicino" perché i punti di contatto sono molti: Napoli, infatti, è una città che storicamente non ha prodotto una classe medio-borghese rilevante, ma un ristretto gruppo di potere e un vasto strato popolare, e per questo la sua cultura popolare è così ricca, stratificata e ambivalente. La classe popolare napoletana e quella cubana sono molto vicine, secondo me, perché vivono nella condizione paradossale di essere marginali economicamente ma dominanti culturalmente.

 

La vita di Giacinta è vuota e anonima, e lei cerca di riempirla con l'amore carnale. Cosa ha "svuotato" Napoli nell'era contemporanea? 

Nel testo di Lanzetta si evince che una delle cause dello ‘svuotamento’ è l’impoverimento generalizzato, il quale spinge le famiglie sul lastrico e spesso si è manifestato in modo cruento, con la perdita dei diritti e della possibilità di scegliere il proprio destino. Lanzetta non vuole dare lezioni né – e lo apprezzo molto per questo – esprimere giudizi morali, ma cerca di raccontare le cose dal punto di vista dei personaggi e lo fa, secondo me, con molto amore.

 

I personaggi di Elio e Vito, entrambi poliziotti, esplicano una dualità (uno è onesto, l'altro corrotto). Questo elemento sembra farci riflettere sulla varietà del popolo napoletano... 

Due fratelli su due fronti diversi… un archetipo che non rappresenta solo la doppia anima di Napoli, ma anche un modello al quale Napoli ha attribuito molti volti, tra cui, appunto, quelli di Elio e Vito. Sullo sfondo, però, c’è anche la figura materna, come a dire che la matrice della doppiezza è unica, e ci sono i rapporti familiari e generazionali che producono equilibri "squilibrati" quando il mondo che viene concesso ai figli è soffocante.

 

Secondo te, in che modo Lanzetta interpreta il quadro della recessione economica? E' pessimista, realista, speranzoso? 

Secondo me Lanzetta non vuole proporre ricette per il futuro, è tutto calato nel presente - ed è un presente senza redenzione, in cui i personaggi cercano solo di sopravvivere all’angoscia e al non senso di giustizia che hanno ereditato.

 

Lo scoppio della bomba, come una metafora, sembra la conseguenza fin troppo normale di un'impossibilità di riscatto comunemente accettata. Cosa provocherà all'interno della narrazione, e quale messaggio suggerisce al lettore? 

La bomba è come il Vesuvio che erutta, è il male inevitabile che crea lo scompiglio su cui si fonda Napoli, è lo schianto del suicida, la brutalità delle esperienze capitate ai ragazzi che vivono in quelle pagine... per certi versi, nel libro scoppiano diverse bombe; c'è una bomba per ognuno, non risparmia nessuno e fa eco a quel continuo: 'Che ci faccio qui? Io qui non ci voglio rimanere per sempre' che ricorre nel testo da parte di vari personaggi.

 

Il finale di questo romanzo è calzante? Un "sogno" merita sempre un lieto fine, o è giusto che rimanga il simbolo di un'ideale tensione verso il miglioramento? 

Il sogno, in questo caso, sembra sfuggire alla dicotomia realizzazione/utopia, perché è entrambe le cose: si realizza - ma al tempo stesso si coniuga con una tragedia che offusca il lieto fine.

 

In una narrazione come questa - potendola modificare - sarebbe più accettabile un finale negativo o positivo? Il libro è, infine, godibile? Spiegaci perché. 

Il finale è perfetto, non lo cambierei! Il libro non è rassicurante, è duro, ma pervaso di amore insaziabile. Raramente un autore riesce a farti sentire il proprio respiro nelle parole che scrive.

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