Intervista #3

La collaborazione fa la differenza

Bio

 

Per la presentazione di Michela Lai, la nostra terza lettrice (alias @michelalai sui social networks), ho deciso di fare uno strappo alla regola: sarà lei

stessa a presentarsi, visto che sa il fatto suo ed è una lettrice veramente "tecnologica" (apprezza le piattaforme sociali e i forum di discussione, infatti

ci siamo conosciute attraverso tweets e posts!). Ecco, quindi, la sua bio: 

"Ho 35 anni e sono nata in Sardegna, dove vivo tutt’ora - in un paesino dell’Ogliastra, nella parte

est dell’isola. Dopo la maturità scientifica ho

pensato diverse volte di frequentare l’università,

ma ad oggi è ancora solo un’idea … non si sa

mai! Lavoro precaria da diversi anni come Messo Notificatore, consegno le tanto odiate cartelle esattoriali di Equitalia... dopo questa confessione siete autorizzati ad odiarmi, non mi offendo! 

[:-)] Dimenticavo: adoro leggere fin da quando

ero bambina e i libri mi affascinano, se è possibile,

anche da prima." Michela, spero di non ricevere

mai una tua visita, ma adoro la tua passione per i libri, perciò... ti nomino ufficialmente la Più

Simpatica Social-Reader del mese!

 

>> La nostra

social-reader

ha scelto "Cecità",

di Samarago.

Ecco la sua

chiave di

lettura.

 

Se avessi dovuto ambientare la vicenda, dove (in quale emisfero, regione, nazione, città italiana, magari) l'avresti collocata? Precisa il perché.

Il bello, e una delle particolarità, di questa storia è proprio il fatto che è ambientata in una città che può essere collocata ovunque, senza limiti geografici, sociali o politici. Questo tipo di ambientazione permette di affrontare la lettura del libro concentrandosi esclusivamente sulle vicende narrate più che sul contesto in sè. La storia in questo modo acquista un significato universale ed è molto più facile identificarsi in essa. Cercare una collocazione geografica è assolutamente superfluo.

 

L'autore è attento a lasciar intravedere un barlume di speranza; in particolare, la moglie

del medico è l'unica non cieca. Perché, secondo te? Cosa rappresenta?   

La moglie del medico è l’unica protagonista a non venir contagiata dalla “cecità bianca” e questo certamente è un fatto che genera speranza, però bisogna anche ricordare e sottolineare che ad un certo punto anche lei si comporta come tutti gli altri ciechi, si uniforma al degrado che dilaga intorno a lei, quasi fosse una forza insita nell’essere umano, troppo forte da contrastare. Forse più che una figura atta ad infondere speranza si tratta in realtà semplicemente di un testimone, l’unico vero testimone oculare della violenza e della bruttezza alla quale la società arriva per riuscire a sopravvivere  a questa terribile ed insolita epidemia.                                                                                              

Perché i ciechi in questo romanzo "vedono bianco"? Cosa significa davvero questo colore?

Il bianco è da sempre un colore che viene associato alla purezza e per i credenti alla via che conduce al paradiso, ipotesi abbastanza plausibile visto che Saramago era notoriamente ateo forse il suo intento era proprio quello di usare la metafora del bianco luminoso come passaggio da una vita all’altra, ma mentre per i credenti dopo la luce si ha accesso ad una vita migliore nel suo libro il genere umano, per natura corrotto e violento, non riesce a sfruttare al meglio questa nuova opportunità di vita.

O forse, più banalmente, è solo un modo per contrapporsi alla normale cecità, nella quale si vede tutto nero.

 

Lo stile: ti piace il modo in cui vengono introdotti i dialoghi? Ti sembra più semplice e agevole, o troppo primitivo e privo di un senso nell'opera?

Lo stile è geniale e per niente banale. La lettura è scorrevole e non risente minimamente della mancanza delle pause tra un discorso  e l’altro. Nel libro non esistono nomi propri e i dialoghi vengono riportati in prima persona senza punteggiatura, sono presenti solo le virgole e i punti e i capitoli non sono numerati. Quando ho deciso di leggerlo non ero a conoscenza di queste particolarità stilistiche, ma devo dire che mi sono adattata immediatamente e anzi il libro acquista maggiore pregio.

 

I ciechi, inizialmente, sono soltanto quelli all'interno dell'ex manicomio: secondo te l'autore ha voluto etichettare l'umanità come "folle" nella sua cieca crudeltà? Cosa ne pensi di questa scelta? Secondo te non c'è nessun "cieco" che si salvi dalla "pazzia" collettiva?

I manicomi erano quei dei luoghi dove i “diversi” venivano letteralmente incarcerati dentro quattro mura, lontano dagli occhi della società. All’interno

del manicomio del libro accadono le cose più atroci, la barbarie umana raggiunge limiti impensabili per quelle persone che fino a qualche giorno prima conducevano una vita rispettabile, segno che anche l’uomo più acculturato e perbene messo in condizioni estreme può accantonare tutti quei sani principi duramente conquistati nel tempo e tornare alle origini decisamente più animalesche, facendosi dominare totalmente dall’istinto di sopravvivenza. I manicomi in generale rappresentano quei posti dove non è possibile progredire, ma al contrario si retrocede inesorabilmente. Erano il regno della follia, ma la follia ha molteplici facce e prolifera in ogni luogo

 come dimostra la realtà e come viene narrato anche nel libro. Nella storia ci sono diversi personaggi che cercano di non soccombere alla follia collettiva cercando di mantenere la mente lucida e razionale, il loro intento però è principalmente quello di sopravvivere in attesa che la loro condizione cambi. Quasi alla fine del libro, invece, ci viene presentato un personaggio che non solo cerca come tutti di sopravvivere, ma cerca di VIVERE, ha uno scopo, una meta, un progetto per il futuro, è lo scrittore. Nonostante sia cieco come tutti gli altri cerca, in modo molto commovente, di riportare sulla carta tutto quello che riesce a percepire della nuova vita, capisce l’enorme importanza di far conoscere e tramandare gli eventi, perché conoscere rende liberi, perché senza conoscenza non c’è futuro.

 

I ciechi veri, secondo la tua analisi, sono davvero tutti i membri della comunità, o principalmente quelli che detengono i vertici del potere? Esistono ciechi più non-vedenti degli altri?

In una società ognuno ha le proprie responsabilità, dallo studente alla casalinga arrivando ovviamente

ai vertici del potere. Chi siede nella “stanza dei

 bottoni” ha certamente una responsabilità maggiore, ma questo non giustifica e non sminuisce il comportamento dei semplici cittadini. Con una guida decisa, sicura ed onesta i danni sarebbero stati limitati e non devastanti come sono stati narrati, ma forse si tratta di un passaggio necessario, in fondo è dal caos che nasce l’ordine. Ci sono ciechi più non vedenti di altri e sono quelle persone che hanno perso la capacità di vedere non solo con gli occhi ma soprattutto con la mente e con il cuore.

 

Nel complesso, ti ha colpito questo romanzo?

Lo trovi originale, corrispondente al vero, oggettivo? Perché lo hai scelto?

Questo libro mi ha letteralmente travolto. Era da tempo che volevo leggere qualcosa di Saramago e la scelta è ricaduta su Cecità per la trama inizialmente, ma anche a causa e per merito di alcune recensioni contrastanti. Nonostante la storia in se sia assolutamente inverosimile il messaggio che vuole trasmettere e l’analisi spietata della società sono, non solo credibili ma facilmente riscontrabili nella storia del genere umano e pertanto corrispondenti al vero.  E’ stato uno di quei libri che non si leggono solo con gli occhi.

 

Perché il "primo cieco" si ammala mentre è fermo al semaforo? Esprimi delle considerazioni finali.

In effetti si tratta di un inizio abbastanza curioso, apparentemente banale, infatti stare in coda ad un semaforo è una condizione piuttosto comune a tutti noi, chi vive in una città si trova in questa situazione più e più volte nell’arco di una sola giornata e quando accade la nostra attenzione è incentrata su quella sfera rossa, la osserviamo quasi ipnotizzati in trepida attesa del cambio di colore e quando avviene siamo pronti e scattanti ad andare avanti per la nostra strada, e se non fosse possibile andare avanti? Se quel semaforo fosse la possibilità di un nuovo inizio? Se quel verde non arrivasse mai o volesse significare qualcosa in più di un semplice “via libera”? Non so rispondere a queste domande ma dopo aver letto il libro l’esperienza davanti ad un semaforo ha acquistato un diverso significato e valore, un’occasione in più per riflettere e per non dare per scontate tutte le conquiste della società moderna con la consapevolezza che individualmente non si va da nessuna parte: la collaborazione e l’unione fanno la forza e la differenza!

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Commenti: 1
  • #1

    iacovit (lunedì, 23 luglio 2012 20:03)

    conosco Michela sui due socialnetwork Medeo e Twitter ho sempre aprezzato la sua inteligenza e sensibilità anche questa volta è stata molto lucida e perfetta nel commento di questo libro ,che mi propongo di leggere,complimenti anche per l'iniziativa